Proprio oggi pensavo: ma perchè in un mondo così grande - nel caso cercassi un lavoro - dovrebbero scegliere proprio me e non centinaia di altri giovani?
Mi sono fatto questa domanda perchè stavo riflettendo sull'utilità dello studio e dell'apprendimento scolastico.
Ma è veramente utile imparare centinaia di nozioni riguardanti i più svariati campi - dalla matematica alla letteratura inglese - per poi trovarsi immersi (e a volte "affogare"...) nel mondo del lavoro?
Riflettendo sì... Se penso ad una qualità importante ed indispensabile nell'attività lavorativa mi viene in mente il problem solving, la capacità di risposta efficace ad uno stimolo esterno.
Ma cosa significa affrontare efficacemente una situazione imprevista, assolutamente non preventivata e che potenzialmente potrebbe "schiacciarci"?
E' qui che a mio parere entra in gioco un aspetto di fondamentale importanza: le conoscenze pregresse. Possiamo non sapere nulla - o meglio pensiamo di non sapere nulla - riguardo ciò che andiamo ad affrontare, ma, se abbiamo dalla nostra parte un bagaglio di informazioni importante, potremo sfruttare queste per elaborare un modello risolutivo vincente, o quanto meno migliore di quello altrui.
Allora non si tratta di un sapere fine a se stesso, ma di una serie di informazioni che possono - prima o poi - risultare utili, magari addirittura inconsapevolmente.
E allora dico: studiamo! Non è tempo perso, al contrario di quello che spesso si pensa, ma al contrario potrà risultare decisivo nel nostro futuro, senza poter rimediare nel caso esso latiti...
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giovedì 15 dicembre 2011
domenica 6 novembre 2011
La banalità della ricchezza
Appena ho un pò di tempo libero durante la settimana - per "soddisfare" la mia passione riguardante natura, società umane e innovazione -, navigo in due siti, The Guardian e National Geographic, che ritengo fonte (quasi..) inesauribile di interessantissime informazioni, molto spesso (senza fare di ciò una colpa, vista la situazione politica a dir poco burrascosa e al limite del grottesco del Bel Paese) ignorate dai canali d'informazione nazionali.
Proprio oggi mi sono imbattuto nella foto vincitrice del concorso "Enviromental Photographer of the Year" della National Geographic Society. Sono rimasto impressionato dallo sguardo dei due bambini, che forse hanno solo pochi anni d'età, ma che si vedono costretti a recitare un ruolo da "adulto", ad una vita di stenti, che probabilmente molti loro coetanei non riescono neanche ad immaginare.
Nella civiltà occidentale - ma ormai il fenomeno si verifica anche nei paesi dell'estremo oriente in rapido sviluppo, in primo luogo Cina -, si sta assistendo a un mutamento di costumi e abitudini impressionante: siamo passati dalla civiltà agricola di meno di un secolo fa (nel 1861 il tasso di analfabetismo in Italia era al 78%, ossia 3 persone su 4) a una società dei consumi sfrenati.
Si assiste tutti i giorni ad un'ostentazione della ricchezza, che non prevede un reale uso delle risorse vitali e accessorie, ma un'accumulazione compulsiva, al fine esclusivo di dimostrare quanto la nostra condizione sia migliorata.
Forse aveva ragione Rousseau, quando affermava che le arti e la tecnica hanno imbarbarito la morale e acuito le disuguaglianze sociale, accentuando la sopraffazione dell'uno sill'altro (citazione libera...).
Come dargli torto, quando vediamo che gli stati più avanzati dal punto di vista industriale sono quelli che sprecano (non solo consumano), in un certo senso sottraendo risorse potenzialmente (tengo a sottolineare la parola...) utilizzabili dall'umanità intera.
Numerosi studi hanno evidenziato che il "problema" della terra non è la penuria di risorse, ma la perversa distribuzuione delle stesse, che privilegia le zone dove il potere d'acquisto è più elevato e il ricavo economico più cospicuo.
Ma dobbiamo trovare un modo per cambiare: non possiamo continuare ad affamare una buona metà dell'umanità, pensando esclusivamente a noi stessi e alla nostra effimera condizione. Solo partendo da piccoli gesti quotidiani e ragionari potremo sperare in un futuro migliore per tutti, anche per noi.
Proprio oggi mi sono imbattuto nella foto vincitrice del concorso "Enviromental Photographer of the Year" della National Geographic Society. Sono rimasto impressionato dallo sguardo dei due bambini, che forse hanno solo pochi anni d'età, ma che si vedono costretti a recitare un ruolo da "adulto", ad una vita di stenti, che probabilmente molti loro coetanei non riescono neanche ad immaginare.
Nella civiltà occidentale - ma ormai il fenomeno si verifica anche nei paesi dell'estremo oriente in rapido sviluppo, in primo luogo Cina -, si sta assistendo a un mutamento di costumi e abitudini impressionante: siamo passati dalla civiltà agricola di meno di un secolo fa (nel 1861 il tasso di analfabetismo in Italia era al 78%, ossia 3 persone su 4) a una società dei consumi sfrenati.
Si assiste tutti i giorni ad un'ostentazione della ricchezza, che non prevede un reale uso delle risorse vitali e accessorie, ma un'accumulazione compulsiva, al fine esclusivo di dimostrare quanto la nostra condizione sia migliorata.
Forse aveva ragione Rousseau, quando affermava che le arti e la tecnica hanno imbarbarito la morale e acuito le disuguaglianze sociale, accentuando la sopraffazione dell'uno sill'altro (citazione libera...).
Come dargli torto, quando vediamo che gli stati più avanzati dal punto di vista industriale sono quelli che sprecano (non solo consumano), in un certo senso sottraendo risorse potenzialmente (tengo a sottolineare la parola...) utilizzabili dall'umanità intera.
Numerosi studi hanno evidenziato che il "problema" della terra non è la penuria di risorse, ma la perversa distribuzuione delle stesse, che privilegia le zone dove il potere d'acquisto è più elevato e il ricavo economico più cospicuo.
Ma dobbiamo trovare un modo per cambiare: non possiamo continuare ad affamare una buona metà dell'umanità, pensando esclusivamente a noi stessi e alla nostra effimera condizione. Solo partendo da piccoli gesti quotidiani e ragionari potremo sperare in un futuro migliore per tutti, anche per noi.
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